lunedì, Febbraio 26, 2024

Bimbofication: da Moana a Leotta, antologia delle bimbo italiane

di Giovanna Di Pietro

La carriera pornografica che Moana Pozzi intraprese alla fine degli anni ‘80 pregiudicò le sue possibilità di lavorare per la televisione: venne allontanata dalla conduzione di Jeans su Rai 3 e fu cancellato dopo pochi mesi l’Araba fenice su Italia 1, dove appariva in nudo integrale. Il grandissimo polverone che si sollevò dalle contestazioni della Federcasalinghe la rese tuttavia popolare: la censura di Moana sulle reti mainstream era un’implicita ammissione di colpa per moltissimi italiani, che vedevano in lei una fantasia proibita.

Pozzi e Ilona Staller (alias Cicciolina) sono state cristallizzate nell’immaginario collettivo come icone del cinema erotico italiano: entrambe guidate dalla sapiente regia di Riccardo Schicchi, sono state le prime ad inscenare lo stereotipo della “bimbo”. Le bimbo sono diventate negli anni sempre più frequenti nei media: prima Marilyn Monroe, poi Monica Lewinsky -amante dell’ex-presidente USA, Clinton- fino a Emily Ratajkowski ai giorni nostri, sono state catalogate dall’occhio pubblico come iperfemminili, provocanti e sprovvedute. In Italia invece, il fascino misterioso di Moana ha lasciato il posto alle vallette contemporanee Flavia Vento, Valeria Marini e Francesca Cipriani, capaci di attrarre senza intimorire.

Di recente TikTok ha visto la rielaborazione di questo topos televisivo, capovolgendo il termine rispetto alla sua classica accezione, cioè di donna sciocca e sessualmente promiscua, sulla scia di ciò che già succede nella comunità gay, in cui insulti come fr*cio o queer sono stati ri-conquistati dai soggetti che ne dovrebbero essere il bersaglio. “Who is the Gen Z bimbo? She’s actually a radical leftist!” a detta di @chrissychlapecka, la content creator che ha dato via al trend con vari video dove definisce un nuovo immaginario bimbo politicamente impegnato: pro-aborto, pro-sex work e pro- diritti LGBTQ+.

La new age bimbo riflette il crescente scetticismo nei confronti della raffigurazione mediatica del femminile: sebbene rimanga fedele al passato nell’estetica, rivendica con fierezza l’ipersessualizzazione di cui diventa soggetto, cancellando l’umiliazione tradizionalmente sottesa a questo stereotipo. Il ritratto bidimensionale, secondo un classico binomio santa o puttana, cede in favore dell’inclusività e di una maggiore consapevolezza: se da un lato la sessualità femminile è onnipresente nella narrazione mediatica, complice la normalizzazione del porno, dall’altra viene depotenziata o respinta quando sono le donne stesse ad autorappresentarsi in modo sessualmente esplicito.

Una molteplicità di punti di vista- non più solo donne bianche ed etero- scandaglia questo personaggio, ironizzando sulla vecchia retorica misogina che appiattisce e censura i vari volti del femminile, tentando di controllarne l’immagine. Il rovesciamento di questo stereotipo ripropone le solite caratteristiche che lo spettatore è abituato a vedere, sfidandone però il significato: la pantomima della bimbo è divertente proprio perché sappiamo che è la recita di un ruolo di genere ormai obsoleto.

Lo scopo della bimbofication su TikTok è offrire una lente critica attraverso cui mettere a nudo questa performance: nel suo erotismo disperato, la bimbo non è altro che incarnazione del desiderio maschile. Il male gaze è la narrativa dominante interiorizzata da ogni spettatore, paradossalmente anche alle donne stesse, che da un lato sono incoraggiate a soddisfarne i rigidi canoni di bellezza e dall’altro colpevolizzate quando ne traggono profitto.

“Male fantasies, male fantasies, is everything run by male fantasies? Up on a pedestal or down on your knees, it’s all a male fantasy: that you’re strong enough to take what they dish out, or else too weak to do anything about it.” – Margaret Atwood, The Robber Bride.

Se è inevitabile cercare inconsciamente di soddisfare lo sguardo maschile, in una società patriarcale che pone l’approvazione maschile come obiettivo ultimo, allora essere delle bimbo contemporanee significa reiterare degli standard sessisti, ma con l’orgoglio di star propugnando una causa femminista?

L’eredità di Moana consiste in un personaggio sfaccettato, che condensa in sé aspetti apparentemente ossimorici: l’educazione cattolica e borghese impartitale dai genitori si condensa con spregiudicatezza e il gusto per l’oscenità. Moana ha sfruttato la sessualità come mezzo attraverso il quale far valere un unico punto di vista: il suo. Oltre ai media, ottenne visibilità anche tramite la piattaforma politica del Partito dell’Amore, un esperimento di antipolitica fondato da Schicchi con la partecipazione di Staller, dove vennero proposte iniziative come la riapertura della case chiuse e l’educazione sessuale. Come capolista, Moana ottenne 12.393 voti nominali alle elezioni parlamentari del 1992, superando di gran lunga ben 3 segretari nazionali, tra cui Umberto Bossi della Lega Nord.

Il fine ultimo della vita di Moana era ottenere il potere necessario per esprimersi liberamente e per raggiungerlo si è servita del capitale estetico, una forma di profitto tipicamente femminile. “Andare contro l’estetica mi sembra un delitto” risponde Moana a una domanda di Marzullo, che le chiede se prova vergogna per il lavoro che fa, al quale replica prontamente, dicendo che le potrebbe dare fastidio se fosse una donna “che non ha più l’età per farlo” a spogliarsi.

La bellezza sembra infatti essere prerogativa assoluta delle donne giovani, che ne pagano lo scotto nel momento in cui il corpo sfiorisce, perdendo il medium che le rende visibili, non solo allo sguardo maschile, ma all’intera società che ha interiorizzato quello sguardo. Serena Grandi, famosa per aver recitato in Miranda di Tinto Brass, recentemente è apparsa ne La Grande Bellezza di Sorrentino, dove interpretava il ruolo di sè stessa. Grandi, che negli anni ‘80 era considerata la quintessenza dell’erotismo, viene immortalata da una singola frase: un’ex soubrette televisiva in completo disfacimento psicofisico.

Avere un’immagine profittevole è indispensabile per essere riconoscibili, poco importa se si sta interpretando il ruolo della svampita- come Francesca Cipriani- o del desiderio irraggiungibile- come Moana o Grandi- ciò che è fondamentale è non far scoprire al pubblico la recita, continuare a soddisfarne le richieste, per apparire al centro del palco e non sullo sfondo. Il monologo dello scorso anno di Diletta Leotta a Sanremo ha centrato il punto perfettamente, cioè che in Italia la bellezza significa ancora tutto: l’inizio e la fine di una carriera, come tra l’altro ha sottolineato anche Amedeus in conferenza stampa.

Diletta Leotta è consapevole che senza gli interventi chirurgici, le diete, il trucco e Photoshop non avrebbe potuto soddisfare i requisiti necessari per catturare la camera, ma viene penalizzata per aver creato artificialmente ciò che dovrebbe venirle naturale. Dunque, è costretta a fingere che le sia “capitato”, avendo come complici gli spettatori che ridacchiano perché hanno visto e rivisto le sue foto del prima e dopo, e ad ammettere di non essere una “vera” bimbo.

Ciò che rende la figura della bimbo meritevole di pubblico ludibrio è aver portato agli estremi l’interpretazione, cioè aver reso quella bellezza che tutti desideriamo possedere troppo minacciosa, troppo esagerata e remunerativa. Quest’arma a doppio taglio, mascherata da estetica innocua, è l’eterno paradosso della rappresentazione femminile nei media, quello di trovare una via intermedia tra: indignazione e oltraggio alla pubblica decenza, l’oca e la frigida, la casalinga e la pornodiva. Ciò che viene ancora considerato rivoluzionario è che le donne vivano semplicemente per loro stesse; proprio come se fossero bimbo, sono forzate a calibrare le loro azioni in mezzo a due fuochi, tra ciò che è considerato moralmente corretto e il possibile tornaconto economico del diventare visibili.

L’anno 2021 sarà l’anno della bimbo 2.0: dobbiamo chiederci se lo sarà solo su Tik Tok, dove ottiene una rivalutazione alla luce di una discussione meno improntata sull’etica, bensì focalizzata sulla amoralità intrinseca all’immagine, o possiamo aspettarci anche dai media tradizionali italiani una svolta verso ritratti femminili più complessi.

 

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