lunedì, Febbraio 26, 2024

Villa Lysis – storia di un esilio

 

di Matteo Iapadre

“AMORI ET DOLORI SACRUM”, “Luogo sacro all’amore e al dolore”. Villa Lysis accoglie così i suoi visitatori, arroccata su un promontorio coperto di verde e antiche rovine sull’estremità nordorientale dell’isola di Capri, affacciata sul mare.

Il suo committente, il barone Jacques d’Adelswärd-Fersen, fu un’esteta, viaggiatore, aspirante poeta e letterato dalla penna mediocre, rampollo di una famiglia aristocratica enormemente arricchitasi grazie all’acciaieria di successo fondata dal nonno. Il giovane barone d’Adelswärd fu, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, uno degli scapoli più ricercati di tutta Parigi fino a quando, nel 1903, non venne travolto dallo scandalo delle “Messe Nere”, tableaux vivants nei quali Fersen, all’epoca ventitreenne, era solito invitare giovani dai licei più in vista di Parigi.

Il processo che ne seguì catturò grande attenzione mediatica a Parigi: articoli sensazionalistici speculavano sull’esatta natura delle “Messe Nere”, menzionando orge e riti pagani che forse non erano mai neanche avvenuti. Poco importava, perché dopo lo scandalo, la reputazione del giovane rimase irrimediabilmente compromessa. Lasciò Parigi per Capri, che aveva visitato in gioventù con la madre, e non lontano dai resti di Villa Jovis, residenza dell’imperatore Tiberio, fece costruire la villa che egli immaginava come luogo del suo autoimposto esilio.

“La Gloriette”, come venne chiamata in origine, venne costruita in uno stile definito “Neo-neoclassico” o “Neoclassico Decadente”. Bianca con fregi dorati e ferro battuto, come un tempio affacciato sul mare in mezzo al verde di Capri, il barone Fersen la adornò con cimeli dei suoi molti viaggi, da un set da oppio appartenuto ad un imperatore cinese fino a Nino, suo amante, conosciuto a Roma quando era ancora adolescente e portato a Capri per vivere con lui fino alla morte di d’Adelswärd stesso. Rifiutato dal suo mondo, come del resto molti illustri abitanti dell’isola, il Barone se ne costruì un altro, una wunderkammer in forma di casa, caleidoscopio carico di suggestioni classiche, orientali, romantiche; e carico di Nino, ritratto, fotografato e scolpito decine di volte dai più grandi artisti del tempo, tra il giardino affacciato sul mare alle stanze più celate della villa.

“Tutto era troppo bello” disse della villa la poetessa Ada Negri (che la descrisse per L’Ambrosiano in un articolo del 1923); questa bellezza, figlia dei desideri e della fantasia di un uomo che per necessità aveva dovuto rinunciare a qualunque pretesa di buoncostume e moderazione, non sfuggì certo alle attenzioni di personalità e artisti da tutta Europa: furono in molti a visitare villa Lysis, da Hans Paule a Norman Douglas a Luisa Casati Stampa, e la villa fu per un periodo luogo di ritrovo per gli intellettuali dissidenti di Capri e del Continente. Ma le abitudini e gli eccessi del malinconico Barone continuarono a creargli problemi: esiliato dall’isola per quattro anni nel 1909, al suo ritorno Fersen passava sempre più tempo nel suo opiarium. Persino l’amore per Nino, arrivato a Capri appena adolescente e tornato un uomo dalla Grande Guerra, appassiva mentre Jacques, dipendente ormai anche dalla cocaina, sprofondava sempre più nel baratro.

La “camera cinese”, che ospitava l’opiarium del Barone, fu l’ultima stanza della villa a essere completata. Decorata da motivi classici, con una svastica orientale impressa in mosaico sul pavimento e un fregio con una stella di David, insieme a imitazioni senza significato di ideogrammi cinesi, incarna forse al meglio la smania che portò il Barone a circondarsi di suggestioni, di arte, di bellezza esotica. Una smania che si riconosce in ogni momento della vita di Fersen (a partire dai tableaux che gli costarono la reputazione), guidata forse dal bisogno di cancellare, anche solo per un istante, la realtà di un mondo rigido, ostile e irrimediabilmente grigio. Fu in questa stanza che, il 5 Novembre del 1923, il barone Fersen, esteta, artista, esule, si tolse la vita con cinque grammi di cocaina disciolti in un bicchiere di champagne. Alle sue spalle libri, poesie, una villa arroccata su un promontorio di Capri e una vita fatta di viaggi, fatta di scandali e di eccesso, fatta di esili. Forse la più grande sua opera d’arte.

 

Articoli correlati