mercoledì, Giugno 19, 2024

Luigi Ghirri e la fotografia di paesaggio, della normalità.

di Federico Mastroianni

L’eredità artistica di Ghirri consiste direttamente nel suo linguaggio fotografico, più volte raccontato in libri ed interviste. Viaggiatore incallito, fotografava la semplicità di paesaggi naturali, spesso in rapporto con elementi umani di grande ordinarietà, provinciale e tenera.

Nella sua fotografia l’attenzione è posta in due momenti: l’eliminazione del superfluo dalla scena, e quindi la ricerca del quadro (quanto fotografico che nella natura stessa) che sia una finestra sul mondo, invece che banale riflessione di quello che esiste; lo stesso Ghirri spiega infatti con riconosciuta ossessione, mai pesante, che cosa significhi davvero fotografare, ovvero “attivare un campo di selezione ed attenzione” di quello che osserviamo nel mondo, stimolando, come in un gioco, la memoria evocativa e l’immaginazione.

Modena, 1972 @Archivio Luigi Ghirri

Oggi siamo sobbarcati  di immagini che tutti i giorni ci scorrono davanti incontrollate, con una violenza che non ci permette spesso di osservarle, di considerarle – invece che nella loro banale apparenza di rappresentare qualcosa come farebbe uno specchio – nel loro significato contingente, evocativo, personale, immaginifico.

“Quindi la fotografia non è la banale azione di immortalare con facilità imbarazzante tutto ció che abbiamo davanti, con un comodo smartphone, in continuazione, sempre e comunque; fotografare significa criticare e pensare quello che vediamo utilizzando il nostro punto di vista.”
Non esiste nulla di bello assolutamente da fotografare, come stereotipo vorrebbe fosse il tramonto del sole a picco sul mare, per il semplice motivo che ci rapportiamo alla realtà, non stiamo creando niente, e quindi qualsivoglia canone estetico decade in favore dello sguardo, già più volte citato, che è la vera firma di ogni fotografo. Naturalmente esistono elementi stilistici da utilizzare anche in fotografia: il tipo di pellicola, la messa a fuoco, la profondità di campo, l’istante che si immortala e rende infinito, l’utilizzo peculiare della luce.

Pescara, 1972 @Archivio Luigi Ghirri

Tuttavia ognuno di questi elementi condiziona il come viene percepita una foto, e non quindi il che cosa sia quella foto; elemento logicamente preliminare, quest’ultimo, che riprendendo quanto detto prima, è il vero atto fotografico: trovare nella realtà l’essenziale rispetto al superfluo, inquadrarlo o sfruttare la sua naturale cornice, individuare quindi una soglia nell’immagine, che ci faccia accedere al suo significato, temporale, spaziale, personale.
Che si stia fotografando un mare dentro una cornice, un pezzo di cartina geografica oppure l’immagine ritratta sul fondo di un posacenere sporco, la rappresentazione è funzionale a come in quel momento si interpretava il mondo, e non come questo è esteticamente impattante. Perché in fondo ‘fotografia’ significa scrivere con la luce, come scriveva Ghirri, “con luci chiare e colori tenui”.

 

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